Estate, sono le tre del mattino. Un suono mi strappa dai sogni. In un attimo sono sveglia e vedo un uomo che con un filo di voce mi chiede di andare al pronto soccorso perchè ha un attacco di cervicale. E’ mio marito, tutto bene.
Mi vesto saliamo in auto e… mi faccio indicare la strada visto che sono nuova in questa città. Il pronto soccorso è deserto. L’infermiera ci fa passare e aspettiamo. Quando si va dal dottore bisogna sempre aspettare. Anche quando l’ospedale è deserto, anche quando in sala d’aspetto non c’è nessuno: dal dottore si aspetta.
Esce una dottoressa che aspira prontamente il marito dolorante e io resto sola. L’atmosfera dei posti nel cuore della notte è strana. L’ambiente è silenzioso. C’è una signora che emerge da una zona buia alla mia sinistra e si fa una passeggiata in corridoio. E’ completamente vestita. Chissà chi aspetta. Sempre alla mia sinistra un uomo dorme profondamente su una sedia a rotelle. Non è invalido, infatti dopo un po’ si alza e si va a sdraiare sulle sedie della sala d’attesa.
Max esce dall’antro magico. E’ sempre dolorante. Mi dice che deve aspettare che la terapia faccia effetto. E noi aspettiamo, siamo lì apposta!
Entra una famiglia: figlia trentenne, alta e magra, con chiavi della macchina in mano, madre anziana e padre bianco come un cadavere. Arriva un infermiere, fa sedere l’uomo su una sedia a rotelle e lo porta via. Adesso aspettano anche loro. Sono calme, come se fossero abituate a quelle gite. Non parlano tra di loro.
Finalmente il dolore passa e prima di andare a casa Max mi fa notare una cosa: nel pronto soccorso quella notte ci sono solo donne che aspettano e uomini ricoverati. Questa cosa gli da un po’ fastidio. Io sorrido.