E’ andata via la luce. Per fortuna in borsa avevo una torcia. Di quelle piccole, da borsetta. Qualcuno ha tirato fuori l’accendino. Siamo fermi da dodici ore, ho tenuto il conto. Non sappiamo perché. Per fortuna non c’è troppa gente sul vagone, solo una signora si è sentita male, ma l’abbiamo fatta stendere sui sedili e si è ripresa. Se fosse stata ora di punta non so cosa sarebbe potuto accadere. Anche così non so come andrà a finire. Scrivo per far passare il tempo e per non pensare. Abbiamo abbassato i finestrini. Qualcuno ha detto che rischiavamo di restare senz’aria. Fa freddo. Il riscaldamento si è spento. Sembra che sia andata via la corrente a tutta la linea. Tanto per cambiare. Oggi è la quarta volta in cinque giorni che la metropolitana si rompe. Di solito i guasti capitano la mattina quando uno deve andare in ufficio. Arrivi, timbri, scendi e ti dicono che per un guasto alla fermata tal dei tali la circolazione dei treni subirà ritardi. Allora ti resta la scelta se rischiare e aspettare fiducioso il prossimo treno, o uscire e prendere un altro mezzo, che sarà ancor più pieno del solito e che comunque ti farà arrivare in ritardo. Non che quando funzioni sia meglio. Di solito si viaggia in condizioni allucinanti. Il treno quando arriva è già strapieno e l’unica possibilità per salire è spingere. E nessuno si lamenta o si ribella. Ormai il fatto di spingere per salire è dato per scontato. E’ incredibile a quante cose si può abituare la gente.
Ma adesso è diverso. Nessuno ci ha detto nulla. Eravamo tra Wagner e De Angeli, stavamo andando come al solito quando ci siamo fermati con un scossone. Poi più niente, silenzio. Siamo rimasti un po’ ad aspettare. Ci siamo guardati intorno. Abbiamo tentato di rassicurarci dicendoci che era il solito guasto, che sicuramente tra poco qualcuno ci avrebbe detto qualcosa o che saremmo ripartiti. Ma le ore sono passate e non è successo niente.
Saremo una decina di persone. Il vagone è chiuso, non si può accedere al vagone successivo, siamo come tante isole unite, ma separate. Qualcuno ha tentato di scendere. Ma non siamo vicini a una banchina, bisogna schiacciarsi contro il muro per avanzare. Alcuni ragazzi hanno deciso di provare e sono andati. Hanno detto che avrebbero dato l’allarme. Saranno cinque ore che sono partiti. Per fortuna gli orologi funzionano ancora. E poi a un certo punto è andata via la luce. Stiamo cercando di mantenere la calma, ma non è facile. Io non ne posso più di stare qua dentro. Ho paura. Siamo solo tre donne: una signora io e un’altra ragazza. Ci siamo messe sedute vicine, non c’è stato bisogno di parlare. Non ci sentiamo sicure.
Gli uomini stanno parlando tra di loro. Non si capisce cosa dicono. Vediamo le loro facce tremolanti alla luce degli accendini, i loro occhi hanno una luce strana. All’inizio erano gentili con noi, finché c’è stata la luce. Adesso si sono radunati a pochi metri da noi.
La cosa peggiore è il silenzio. Dagli altri vagoni non viene nessun grido, nessuna voce nulla. E’ una situazione irreale.
Gli uomini hanno smesso di mormorare nel buio. Hanno spento gli accendini. Adesso l’unica luce è quella della mia torcia, e si sta scaricando ogni secondo che passa. Non so come andrà a finire, ma se la metropolitana non riparte non credo che ne uscirò viva. Adesso smetto di scrivere. Si stanno avvicinando, li sentiamo nell’ombra. Butterò questo pezzo di carta fuori dal finestrino, magari qualcuno lo troverà.